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Salvatore Ferlita (Caro Angelo Bianco)

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Sono “parole in versi” dedicate a Giovanni Paolo II, quelle che danno forma a questa raccolta di Giuseppina Mira. Parole che, però, e qui sta la forza di queste pagine, sembrano rivolte a un uomo qualunque. “Il bello di te è che resti uomo”, si legge nella poesia d’apertura: è un umanesimo pervaso da una forza che trascende l’umano, un umanesimo “trasumanato”. Che si consuma tra il grido di dolore, lacerante e accorato, e la speranza che non muore. “Hanno rubato l’aurora / ma non la speranza / nel giorno che ritorna”. È un inno all’innocenza dei bambini, al loro candore, al brillio della loro purezza, ma anche un vibrante memento per chi li calpesta. “Un bambino grida: / “Rivoglio le mie braccia”. / Il suo pianto è quello / di un gabbiano senz’ali / che non accarezza più il mare. / La sua angoscia è quella / di un albero che non ha più rami”. Lo sguardo dell’autrice fa proprio il grado zero di quello dei bambini: da qui la purità dei sentimenti, un’immediatezza accorata, disarmante. Giuseppina Mira, col suo scalpello, fa saltare tutti gli orpelli, le superfetazioni concettuali, le sovrastrutture ideologiche. Lei vede le parole essenziali, comportandosi come Adamo che le pronuncia per primo, collocando alla fine dei suoi componimenti il sale di un messaggio: una sorta di disposizione epigrammatica, specie nei versi brevi, dove la fulmineità del passo è tutta a favore di un’illuminazione, di una epifania che può scacciare le tenebre della Storia. E quando Giuseppina Mira allunga il passo della sua pronuncia poetica, ecco far proprio un ritmo che fa venire in mente Auden: “Pregate, violini, pregate / fermate le guerre. / Spargete profumi di pace / con le vostre voci… / Riducete le pietre a granelli / di morbida luce”. Ed è proprio quello che fa l’autrice con i suoi versi: riduce le pietre, i macigni di senso, li disintegra per ricavarne schegge, frammenti, veri e propri pulviscoli, in un processo di azzeramento semantico. In questa sorta di “utopia pulviscolare” è concentrata la forza della poesia di Giuseppina Mira che, se non può spostare le montagne, come la fede, almeno può frantumarle. E nei cocci raccolti, ci stanno le verità minime, sezionali, che nei momenti migliori assurgono a simbolo, a divino emblema.

Salvatore Ferlita, critico militante, Assistant Professor di Letteratura Italiana Contemporanea presso l'Università "Kore" di Enna, giornalista culturale del "La Repubblica" (ed. siciliana) e del mensile "Segno".

Ultimo aggiornamento Domenica 08 Maggio 2011 10:17  
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