Misurarsi con un personaggio come Giovanni Paolo II non è certo cosa facile, la grandezza è tale che si può facilmente rischiare di incorrere nell’ovvietà. Ma Giuseppina Mira è poetessa di razza, creatura di rara sensibilità che possiede lo straordinario dono dell’“ingenuitas” leopardiana. Il tema sviluppato nella silloge è così sublime e profondo che si potrebbe pensare ad una sorta di “ineffabilità della penna”, invece, quasi in punta di piedi, attraverso un percorso fatto di: luci, suoni, pane fragrante, dolore, sofferenza, la Mira costruisce una coscienza cosmica che si pone in intima comunione col tutto, un vibrare all’unisono con lei, di una vibrazione sottilissima, impercettibile, che non appartiene ai sensi, che sta al di là di essi, un attimo che racchiude l’eterno e l’infinito in una indicibile armonia; insomma un pieno aderire all’essenza del mondo e quindi di Dio. Una sottile trama lega le diverse poesie in un alternarsi di versi aerei, frasi brevi, acute, luminose, improvvise che incalzano spesso una medesima cosa per colpirla da più lati e che parlano a noi il linguaggio più vivo, quello dell’“humanitas”: Giovanni Paolo è uomo tra gli uomini.
Agata Gueli critico letterario e docente di Lettere presso il Liceo Classico "Empedocle" di Agrigento.



