A Montevago il 25 gennaio si è celebrata la giornata della Memoria

Il 25 gennaio è una data che gli abitanti del Belice non possono dimenticare, poiché il terremoto devastò molti paesi e fece tante vittime che si aggiunsero ai morti e alle rovine della prima scossa tellurica, avvenuta nella notte tra il 15 e 16 gennaio del 1968, ha dichiarato la sindaca onorevole La Rocca Ruvolo. È un giorno dedicato alla memoria delle vittime e nel cinquantesimo anniversario del triste evento, a Montevago, si sono realizzate significative manifestazioni per ricordare coloro che persero la vita a causa della furia devastatrice del sisma. L’amministrazione comunale, presieduta dalla sindaca onorevole Margherita La Rocca Ruvolo, ha organizzato il concerto della banda musicale del Centro di Mobilitazione Sicilia Corpo militare volontario della Croce Rossa Italiana, diretto dal maestro Michele Raia, l’esposizione del modello della Chiesa Madre attuale a cura della Proloco e l’anamorfismo della Chiesa Madre a cura del professor Paolo Manno. È stata inaugurata la mostra fotografica dal titolo “Gli Angeli di Montevago” a cura dello scrittore – fotografo Carmelo Capraro e dello storico Paolo Cilona. Il taglio del nastro è stato fatto dalla sindaca onorevole Margherita La Rocca Ruvolo. Le foto sono state riportate nel libro di Paolo Cilona “I monumenti ai Caduti della provincia di Agrigento”, la cui presentazione è avvenuta nel contesto di tale giornata. Dopo i saluti della sindaca onorevole Margherita La Rocca Ruvolo, che ha voluto celebrare le vittime del terremoto e della prima guerra mondiale, la scrittrice e poetessa Giuseppina Mira ha relazionato sul libro di Paolo Cilona “I monumenti ai Caduti della provincia di Agrigento”, evidenziando il valore storico ed educativo dell’opera, che merita di essere studiato a scuola. Inoltre Giuseppina Mira ha detto che è testimonianza di grande civiltà l’evento in memoria delle vittime del terremoto e della guerra. Sono intervenuti l’ispettrice regionale del Corpo Infermiere Volontarie, Anna Di Marzo, il comandante del Corpo Militare Volontario, Gaetano Ricontati, che hanno rilevato il ruolo importante della Croce Rossa Italiana. Ha illustrato il libro l’autore Paolo Cilona, che ha messo in risalto l’aspetto storico e sociale dei monumenti ai Caduti, che ci spronano ad avere una coscienza storica per non ripetere la tragicità della guerra, e ha evidenziato le sofferenze a causa della guerra e del terremoto, le cui vittime meritano un posto speciale nei nostri cuori. Indi, ha letto due poesie Giuseppina Mira, di cui una dedicata ai caduti della prima guerra mondiale e l’altra alle vittime del terremoto, che ha consegnato alla sindaca onorevole Margherita La Rocca Ruvolo. È stata una serata molto commovente e coinvolgente, che ha spronato a coltivare la Memoria storica, ad interiorizzarla per trasmetterla alle nuove generazioni. Ecco qui di seguito le poesie di Giuseppina Mira:

NEL CINQUANTENARIO DEL TERREMOTO NELLA VALLE DEL BELICE IN RICORDO DELLE VITTIME

E FU INCUBO

Si sognava.
Si correva sui prati azzurri dei pensieri.
Come sempre si attendeva il nuovo giorno
con la voglia d’immergersi
nei sorrisi delle culle, delle finestre, delle porte,
nell’armonia della famiglia, del lavoro, delle parole di ogni giorno,
nella fragranza di un incontro, di una stretta di mano, di un abbraccio.
Si sognava.
Era notte, ma continuò ad essere notte.
E fu incubo.
Case inghiottite dal baratro. Vite travolte dal buio.
Speranze ridotte a macerie, lamenti, singhiozzi.
Il terremoto come un mostro si sfamava di polvere.
La polvere delle certezze, dei desideri, dei sogni.
Il respiro dell’aurora soffocato dalla notte,
il silenzio rotto da un rumore sordo alle preghiere.
Dalle prigioni sotterranee si alzarono gemiti che strinsero il cuore
e si scavò per liberare i prigionieri
pure con le mani sino a lacerare la pelle.
Vennero da ogni parte e su chi restò intrappolato
la tenebra chiuse i cancelli.
Nude le piazze senza più il vestito della vita,
nude le strade, le case, nude coi brividi addosso.
Tutto era assurdo.
E venne di nuovo il terremoto
un altro, un altro ancora, interminabile,
che sbarrò il passo alla Storia dei Paesi del Belice.
Ma la gente lottò e continua a lottare.
Non vuole la propria Identità ridotta a detriti, cocci, frammenti.
Non vuole la propria Identità ridotta a freddo silenzio.
L’Identità è l’essenza della vita.

 

E DIMENTICARONO

E dimenticarono che i fiumi sono d’acqua, non di sangue
e macchiarono di rosso vermiglio i campi.
Non tornarono alla sorgente dell’amore
e fecero scorrere la follia dell’odio.
Venne la guerra in terra, nei cieli, nei mari
terribile, minacciosa, devastante.
Travolse la ragione della vita
e furono eserciti contrapposti, marce estenuanti, trincee.
Quante volte nemmeno un tozzo di pane
ma solo dolore, lacrime e dolore!
Dov’era il pane dell’amore?
Venne la guerra nei gelidi monti
e tempeste di neve in agguato uccisero
come proiettili, bombe, gas asfissianti.
E furono a brandelli gli indumenti e le scarpe
come la pelle, come le forze.
Marcirono i sorrisi, marcirono le gioie.
E furono sofferenze
penetrate nelle pieghe dell’anima e della mente
sofferenze che inchiodarono i sogni
di chi lontano da casa combatteva per la Patria.
Ma la fratellanza era la vera Patria.
Perché allora sparare dall’altra parte del muro?
Perché non costruire ponti?
Perché essere nemici?
Quanti fili spinati attorcigliati attorno ai pensieri dissanguati!
Quanti morti, feriti, dispersi!
Quanti prigionieri nella Grande Guerra!
E le madri piangevano e pregavano
per i figli strappati dalle loro braccia
aride come arbusti nel deserto.
E le madri piangevano e pregavano per la pace.
La Grande Pace.
E un giorno finalmente i fiumi furono di nuovo d’acqua.

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